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CONVEGNO: I bivacchi delle Alpi 1925–2025 – Storia, progetti, usi, futuro – Cai Scuola

sabato, 21 Febbraio 2026

CONVEGNO: I bivacchi delle Alpi 1925–2025 – Storia, progetti, usi, futuro – Cai Scuola

17 febbraio 2026 – Genova, Sezione Cai di Bolzaneto

Intervento conclusivo di Giacomo Benedetti – Vicepresidente Generale CAI

 

I bivacchi: accoglienza e responsabilità
Giacomo Benedetti Vicepresidente Generale CAI è un riferimento, una guida per Cai Scuola. Il suo intervento a conclusione del Convegno «I bivacchi delle Alpi 1925-2025. Storia, progetti, usi, futuro» – interroga in profondità il nostro rapporto con la montagna … e lo fa … mettendo insieme competenze diverse, sensibilità differenti, punti di vista che non sempre coincidono ma che, proprio per questo, costruiscono senso … e così … provare a capire che cosa ci portiamo a casa, non individualmente, ma come comunità. …  ricordando sempre chi siamo. Se il Club Alpino Italiano ha ancora un ruolo nel presente e nel futuro, non è perché costruisce più strutture degli altri, o perché è più visibile, ma perché continua a custodire questa idea di montagna: una montagna che non si consuma, ma si attraversa; che non si semplifica, ma si comprende.

Per sua concessione pubblichiamo l’intervento, ricco di riflessioni e stimoli, con possibili traduzioni nel mondo della Scuola. Ci troviamo esperienza, visione, consapevolezza, responsabilità, senso del limite.
Ringraziamo e siamo vicini alla Sezione Cai di Bolzaneto che festeggia l’80° di fondazione.

una montagna che non si consuma, ma si attraversa; che non si semplifica, ma si comprende

Buonasera a tutte e a tutti, ringrazio la Sezione CAI di Bolzaneto per l’invito e per aver costruito questo momento di riflessione collettiva su un tema che, a prima vista, potrebbe sembrare specialistico, ma che in realtà interroga in profondità il nostro rapporto con la montagna. Arrivo alla fine di una serata intensa, ricca di contributi, di storie, di esperienze vissute. Una di quelle serate che corrispondono perfettamente molto al modo in cui il CAI affronta le cose: mettendo insieme competenze diverse, sensibilità differenti, punti di vista che non sempre coincidono ma che, proprio per questo, costruiscono senso. Il mio intervento non vuole aggiungere contenuti a quelli che abbiamo già ascoltato. Vorrei piuttosto provare a fare un gesto semplice e necessario: ricomporre. Mettere in relazione ciò che è stato detto e provare a capire che cosa ci portiamo a casa, non individualmente, ma come comunità.
Perché il Club Alpino Italiano, prima ancora di essere una grande organizzazione nazionale, è una famiglia. Una famiglia fatta di persone che discutono, a volte si confrontano duramente, ma che condividono una stessa responsabilità verso la montagna.

Parlo da Vicepresidente Generale del CAI, con delega ai rifugi e alle opere alpine, ma parlo anche da uomo di CAI, cresciuto dentro questa comunità, che sa bene che ogni scelta che facciamo in montagna non riguarda mai solo una struttura o un progetto, ma il messaggio che lasciamo a chi verrà dopo di noi.
Ed è per questo che il bivacco non è mai un oggetto neutro. È una presa di posizione. Racconta un’idea di montagna e, insieme, un’idea di come una comunità decide di stare in montagna.

Se dovessi condensare tutto in una sola frase, direi questa: nel CAI non costruiamo bivacchi solo per ripararci dal freddo, ma per ricordarci chi siamo. Con questo spirito, provo ora a restituire una lettura complessiva di ciò che abbiamo ascoltato questa sera.

Il bivacco come misura, non come attrazione Il bivacco nasce per rispondere a una condizione limite. Nasce dove non è possibile, e spesso non è nemmeno desiderabile, costruire altro.
Non nasce per essere cercato, ma per essere trovato quando serve. Questa distinzione, che può sembrare sottile, è in realtà decisiva.

Negli ultimi anni abbiamo assistito a una trasformazione profonda del modo di guardare alla montagna. Sempre più spesso ogni luogo viene letto come una possibile meta, ogni struttura come un’attrazione, ogni presenza umana come un servizio da offrire e da consumare. Il bivacco si colloca volutamente fuori da questa logica. È una struttura che non promette esperienze, non garantisce comfort, non offre scorciatoie. Offre solo ciò che è strettamente necessario: un riparo, una possibilità, una seconda chance in caso di difficoltà. In questo senso il bivacco non facilita la montagna, ma la rende più leggibile. Ricorda, con la sua stessa essenzialità, che l’alta quota resta un ambiente severo, dove la responsabilità individuale non può essere delegata a una struttura.

Come Vicepresidente Generale del CAI sento molto forte la necessità di chiarire un equivoco che negli ultimi anni emerge con una certa frequenza. Bivacco e rifugio non sono due gradini della stessa scala. Non rappresentano una progressione, né una gerarchia. Sono due risposte diverse a due esigenze diverse, che parlano linguaggi differenti. Il rifugio è un presidio territoriale stabile. È una infrastruttura civile della montagna, inserita in una rete, affidata a una gestione, capace di svolgere funzioni molteplici: accoglienza, sicurezza, informazione, cultura, educazione ambientale. Il bivacco, invece, è una struttura minima, non gestita, spesso collocata in luoghi estremi, dove ogni scelta progettuale ha conseguenze immediate. È pensato per l’uso alpinistico, per la sosta forzata, per l’emergenza. Nulla di più, ma anche nulla di meno.

Quando chiediamo a un bivacco di fare ciò che dovrebbe fare un rifugio – più posti, più comfort, più dotazioni – lo stiamo snaturando. E allo stesso tempo stiamo indebolendo il senso stesso del rifugio, che rischia di perdere la sua funzione di presidio strutturato. Tenere distinta questa differenza non è un esercizio teorico: è una scelta di responsabilità.
Progettare bivacchi: una responsabilità, non un esercizio di stile Negli ultimi decenni abbiamo visto nascere bivacchi molto diversi tra loro.
Alcuni hanno funzionato bene nel tempo, integrandosi nel contesto e svolgendo la loro funzione senza creare problemi. Altri, invece, hanno mostrato rapidamente i loro limiti. Strutture sovradimensionate, costi elevatissimi, soluzioni tecnologiche complesse, difficoltà di manutenzione, aspettative sbagliate da parte degli utenti: sono tutte criticità che abbiamo imparato a conoscere anche attraverso l’esperienza diretta.

Qui entra in gioco una parola chiave, che per il CAI è centrale: responsabilità. Ogni bivacco è una decisione che impegna una comunità per decenni. Non è solo un progetto architettonico o ingegneristico: è una scelta culturale, economica e ambientale che produce effetti nel tempo. La domanda che, come CAI, abbiamo imparato a porci è volutamente semplice, quasi brutale: questa struttura reggerà davvero lassù, negli anni, senza trasformarsi in un problema per chi verrà dopo?

Da questa consapevolezza nasce il lavoro sul cosiddetto “Bivacco CAI”. Non un modello rigido e uniforme, ma una proposta culturale e tecnica, costruita a partire da alcune convinzioni maturate nel tempo. I principi sono pochi ma chiari: sobrietà progettuale, essenzialità funzionale, controllo dei costi, facilità di manutenzione, rispetto profondo del contesto ambientale e paesaggistico anche grazie all’utilizzo di materiali riciclati e riciclabili.

Il “Bivacco CAI” non cerca l’effetto speciale. Non ambisce a diventare un’icona architettonica. Non vuole competere con il paesaggio, né imporsi su di esso. Accetta consapevolmente di essere discreto, quasi silenzioso. Perché il suo compito non è raccontare la montagna, ma esserci quando serve, senza pretendere nulla in cambio. In questo senso, la sobrietà non è una rinuncia, ma una scelta culturale e politica molto precisa.

Guardando al futuro, sappiamo che il bivacco sarà sempre più chiamato a confrontarsi con cambiamenti profondi.
Il clima è più instabile, gli eventi estremi sono più frequenti, la montagna è frequentata da un numero crescente di persone, con livelli di preparazione molto diversi.
In questo scenario, il bivacco potrebbe apparire come una risposta rassicurante. Ma è proprio qui che occorre vigilare.
Se il bivacco diventa una meta, se viene percepito come un luogo da raggiungere più che, come una risorsa da utilizzare in caso di necessità, rischia di perdere la sua funzione originaria.

Il bivacco deve continuare a trasmettere un messaggio chiaro e onesto: qui non tutto è garantito, ma tutto è affidato alla tua responsabilità. Vorrei chiudere tornando su una parola che, in filigrana, ha attraversato tutta questa serata: responsabilità.
Nel Club Alpino Italiano siamo abituati a parlare di tecnica, di sicurezza, di strutture, di progetti. Ma se togliamo questi elementi dal loro contesto più profondo, rischiano di diventare solo procedure. Il CAI, invece, non è fatto di procedure: è fatto di persone. Ed è per questo che mi sento di dire una cosa semplice, ma per me decisiva: Nel CAI non tutto è garantito, ma tutto è affidato alla nostra responsabilità.

Responsabilità verso la montagna, innanzitutto. Una montagna che non ci appartiene, che non è un fondale, che non è un parco giochi. Una montagna che ci precede e che ci sopravviverà.
Responsabilità verso le persone che la frequentano oggi. Quelle esperte, certo, ma anche quelle che si avvicinano per la prima volta, che cercano nel CAI non un servizio, ma un orientamento, un esempio, una misura.
E responsabilità, soprattutto, verso chi verrà dopo di noi. Perché ogni bivacco che costruiamo, ogni rifugio che ristrutturiamo, ogni sentiero che tracciamo o manteniamo, è un messaggio lasciato nel tempo. Il CAI è una famiglia proprio per questo. Non perché siamo tutti d’accordo, non perché abbiamo le stesse idee, ma perché accettiamo di discutere, anche duramente, sapendo che le decisioni che prendiamo non sono mai solo individuali.

In una famiglia si può sbagliare, ma non ci si sottrae alla responsabilità delle proprie scelte. E si prova, insieme, a correggere la rotta. Il bivacco, più di ogni altra struttura, rende visibile tutto questo. È essenziale, sobrio, privo di mediazioni. Non promette nulla, ma chiede molto. Chiede rispetto, consapevolezza, preparazione.
Difendere il senso del bivacco significa difendere il senso del limite. E difendere il limite, oggi, è forse uno degli atti più controcorrente e necessari che possiamo compiere.
Se il Club Alpino Italiano ha ancora un ruolo nel presente e nel futuro, non è perché costruisce più strutture degli altri, o perché è più visibile, ma perché continua a custodire questa idea di montagna: una montagna che non si consuma, ma si attraversa; che non si semplifica, ma si comprende.

E questo, permettetemi di dirlo, è un compito che possiamo assumerci solo insieme. Come comunità. Come famiglia.

Grazie.
Giacomo BENEDETTI Vicepresidente Generale CAI

SOCS Cai Scuola
filidido
21 febbraio 2026

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